Hiring talent with SageMath

Recent news report the story of a young guy quietly searching about his favourite programming language on Google (python). As an unexpected reply to his query, Google returned a Matrix-like “red or blue pill” job offering. The offering arrived at the end of a series of software enigma and challenges.

Not every human resources department might have the same possibilities Google has in order to target the right candidates and surprise them in so privacy-denying ways.
But I recently experimented a way of carrying out interviews about software which is worth sharing.

I had to interview candidates from all around the world and test their knowledge about a quite unique skill-set: python and qt. I faced the same problem Google had: they are rare. The market is full of .Net, C#, Java, Javascript and web developers.

I do not have access to all the search queries of humanity, nor their private emails and files, nor their Google+ network of friends. I decided I wanted to test out the curiosity and willingness to learn new things – independently from their actual skills.

Then SageMath came into my mind. SageMath is a programming environment integrating almost every known open source mathematical package under the same, notebook-like interface. And the glue language for all these tools is… python.
You can write and solve equations, create beautiful interactive plots, write text notes, exactly like you would do with your pen and notebook. You end up with a long page, containing all your reasoning and calculations, along with the results associated with each step. Then you can send this notebook page to a colleague, which would maybe challenge your reasoning and add more steps.

SageMath recently evolved into SageMathCloud, offering scientific notebooks as a free online service. SageMathCloud makes sharing a notebook instantaneous thanks to its online nature. And most interestingly, you can collaboratively edit the same document. If more than one user opens your notebook, you will be able to chat with them and to see their cursor moving and editing parts of the code.

I thought SageMathCloud could be the perfect tool for interviews about software development positions. I prepared some notebooks containing theoretical questions and practical exercises, most of them with no expected reply. I wanted candidates to express their imagination, more than their knowledge.

The experience was very exciting. No candidate ever heard about SageMath, but everyone was impressed by the environment and by its capabilities. They found unexpected solutions, and I even learned some new tricks. There were also some negative moments, for example when I caught the candidate do copy-and-paste of chunks of (not runnable) code from the internet.

As a side note, this method actually helped me identifying the right person.

Thanks SageMath! Another impressive piece of open source scientific software.

Tabula Erecta

O, come è di moda chiamarla oggi, Standing Workstation.

Tabula Erecta
La mia nuova Tabula Erecta

L’ho ricavata da un vecchio tecnigrafo in disuso. Mi permette di lavorare al computer in piedi e, soprattutto, camminare mentre penso (cosa che faccio almeno quanto scrivere sulla tastiera).

Non so se mi salverà dalle temibili conseguenze dello stare seduto. Per il momento devo dire che appaga il mio lato estetico: come scrivania è decisamente imponente e “hipster”, con quel suo mix di alta tecnologia e oggetto retro’.

La Profondità del Cielo

Osservazioni:
Basta un ponte
e mi trovo a guardar l’orizzonte
per sbaglio.

Percorrevo la mia strada sicuro,
pensavo case macchine asfalto.
Poi tra le fronde alte e agitate,
lassù il cielo blu bianco.

Quando il cielo è blu infinito
non percepisco profondità
e vertigine neppure,
ma presente eterno soltanto.
Se è grigio e tempestoso,
opprime e spaventa, e lacrime
di rimpianti riversa
sui passi del viaggiatore.

Ingombro di nuvole, nembi, cumuli,
ed ogni sorta di vapori e volumi
colonne castelli e bianchi titani
che il vento soffia veloci e lontano

e mi accorgo
di quante cose stanno in cielo, e dell’altitudine
che dimentico tra i miei piccoli
dettagli di superficie.

Dove molte più cose accadono
in cielo che in terra,
il futuro è celato
a chi guarda in avanti.

Levare gli occhi in alto,
attraverso tutta quell’aria,
e respirare
il vento
che ovunque trasforma e trasporta.

La Profondità del Cielo

vito_paternoster

Vito Paternoster condivide il suo violoncello con noi. Quando è il musicista a chiedere di essere copiato.

Se devo pensare a un suono caldo, profondo, rilassante ed avvolgente, mi sembra di sentire la straordinaria vibrazione del violoncello. Uno strumento che va abbracciato prima ancora che suonato, e talmente a misura d’uomo da confondersi col musicista. Strumento e uomo, uomo e musica, crine e legno: alla pari.

Come sarebbe il mondo se quella vibrazione potesse raggiungere tutti i cuori? Una domanda senza risposta, ma voglio parlarvi di una persona che lavora per questo.

Vito Paternoster è violoncellista, direttore d’orchestra e compositore. Classe 1957, Matera, studia violoncello presso il Conservatorio “Piccinini” di Bari. A soli 15 anni debutta e si esibisce in eventi di prestigio in giro per l’Italia. Ha concluso i suoi studi al Conservatorio S. Cecilia di Roma, con il massimo dei voti.

Nel 2001 Repubblica scriveva di Paternoster:
“Il pane dei Sassi” non diventa raffermo. Cresce, lievita, crosta dura e animo delicato. “Il Pane” è l’opera che Vito Paternoster ha dedicato alla sua terra, alla sua città da presepe… E superati i cinquant’anni, Paternoster è come il suo pane: testardo e determinato fuori, sensibile e sognante nell’animo. Il viso è scolpito con lo stampo dell’assolata gente di Lucania, ma il carattere lo presenta come un pacifista orientale o come un luterano dei tempi di Bach: tutto scivola via e lo lascia sorridente e quasi indifferente alle beghe quotidiane del lavoro e della vita affannata.

La casa discografica americana che “non è malvagia”

Il successo di Paternoster continua a crescere e si diffonde oltreoceano. Dove, nel 2003, il californiano John Buckman decide di avviare un esperimento editoriale rivoluzionario: Magnatune.com.

John aveva avuto a che fare molto da vicino con la discografia di fine millennio, e ne aveva piene le tasche. Sua moglie, musicista, aveva pubblicato un album: dalla vendita di circa 1000 copie, era riuscita a totalizzare neanche 100$ di diritti, retribuiti come copie “omaggio” dall’etichetta discografica. Nonostante ciò, la coppia di Berkeley poteva ritenersi fortunata: almeno avevano mantenuto i diritti sulla musica, cosa che la maggior parte dei discografici non avrebbe consentito. Normalmente il piccolo musicista pubblica, perde tutti i diritti,  non riceve nulla in cambio, e tanti saluti.

Così nasce Magnatune: una etichetta che “non è malvagia” (We are not evil è lo slogan). Il loro scopo è selezionare buona musica, pubblicarla e dividere i proventi 50/50 con gli autori.
C’è un aspetto legale interessante in tutto ciò: l’autore mantiene tutti i suoi diritti. Potrà in seguito pubblicare lo stesso lavoro con altre etichette, o semplicemente regalarlo sul proprio sito internet.
Questo è già inaudito nella tradizione del commercio musicale, ma John non si ferma qui. Anche a chi scarica la musica viene conferito un fondamentale diritto: quello di condividerla liberamente, purché senza scopi commerciali.

La formula legale che permette all’autore di mantenere i propri diritti e al consumatore di disporre liberamente di ciò che possiede è il contratto di licenza CreativeCommons. Questo contratto viene accettato da Magnatune, gli autori e gli utenti ogni volta che un brano viene scaricato o ascoltato.

L’iniziativa CreativeCommons (CC), che pubblica e revisiona costantemente un catalogo contratti di licenza utilizzabili gratuitamente, ha lo scopo di proteggere le opere creative dal sistema legale vigente. Proprio così: gli avvocati che scrivono le CC identificano l’avversario dell’arte e della creatività non nei tanto vituperati “Pirati” che scaricano e copiano illegalmente, ma nelle leggi vigenti che proteggono all’ossessione i prodotti dell’ingegno. La tesi è che la creatività è soffocata da un sistema normativo che impedisce di “costruire sulle spalle dei giganti”, di evolvere da un’opera all’altra, o di sfruttare la forza della rete globale per diffondere ovunque la cultura. Le licenze CreativeCommons rompono questa cappa soffocante, concedendo alcune libertà fondamentali senza bisogno di chiedere il permesso all’autore originario.

La musica pubblicata da Magnatune entra cosí a far parte di quei beni comuni della collettività creativa che servono a diffondere e rielaborare la cultura senza ostacoli legali.

Vito Paternoster è uno dei primi protagonisti di Magnatune. Condividere le registrazioni, per vivere di musica.

Uno dei primi artisti interpellati da John è proprio il maestro lucano Vito Paternoster. Che inizia una fruttuosa collaborazione, arrivando a pubblicare ben 13 album, liberamente ascoltabili nella pagina a lui dedicata. Ho raggiunto Vito per email per rivolgergli alcune domande.

Come è iniziata la sua esperienza con Magnatune?
Sono stato contattato diversi anni fa dalla magnatune, la quale si stava attrezzando per dare vita ad un nuovo modo di diffondere la musica e di gestire il relativo diritto. Prima di i-tunes e altri.
Fui cercato proprio io perchè un mio disco (in particolare Le sonate e partite di Bach eseguite sul violoncello) avevano avuto una certa popolarità in USA ed avevano avuto un particolare gradimento da parte dell’ideatore di Magnatune, John Buckman.

Magnatune.com permette a chiunque di ascoltare la musica, gratis. Inoltre, chi la acquista può poi condividerla liberamente per fini non commerciali… Ci vuole una certa fiducia nell’affidargli i propri lavori.
Una fiducia ben riposta. Magnatune ci presenta un dettagliato resoconto degli scaricamenti. Tutto nella massima trasparenza e fiducia.

Perché la scelta di rivolgersi ad una piccola (e, allora, sconosciuta) etichetta discografica in rete, e pubblicare utilizzando le licenze CreativeCommons?
Credo che la rete e le CreativeCommons siano il futuro. Su YouTube mi capita di vedere, insieme a tanta sciatteria, anche prodotti di estrema qualità che mai sarebbero state accolte dalle major.
Il bypassare le major è la condizione che consente a chi ha idee, ma non abbastanza fama, di presentarsi sul mercato senza dovere ricorrere a forti investimenti.
Le case discografiche tradizionali sono ormai al lumicino, e non vogliono né possono investire su idee, ma operano sul sicuro, su prodotti ben collaudati e pubblicizzati con grossi investimenti.

Qual è il valore aggiunto che dà Magnatune ad un musicista, nel mondo iperconnesso alla rete? Non potrebbe limitarsi a pubblicare e vendere sul suo sito internet personale?
Il rischio è che l’assenza di filtri faccia riversare sulla rete enormi quantità di prodotti ignobili. La funzione di Magnatune è anche questa. Solo il 10% delle proposte viene accolta, e l’unica motivazione che dà l’accesso alla pubblicazione è il gradimento della commissione, indipendentemente dal curriculum del proponente o da altre motivazioni.
Infatti possiamo verificare che i cataloghi di Magnatune sono di gran lunga  tra i più interessanti ed innovativi del mercato.

Vivere di musica. È ancora possibile, e come, nell’era della condivisione digitale?
La rete è una opportunità, ma bisogna entrare nell’ordine di idee che mentre in passato si facevano concerti per vendere dischi, adesso si fanno dischi per promuovere concerti, oppure si ricavano proventi da spazi pubblicitari acquisiti attraverso lo scaricamento dei file.

Scritto per Giannella Channel, il blog di Salvatore Giannella.

 

Scoutismo e Social Network

Questo è l’intervento che ho preparato in occasione dell’Assemblea della Zona AGESCI di Modena del 16/03/2014 a Massa Finalese. Era mia intenzione suscitare una discussione riguardo i moderni strumenti di comunicazione e creare consapevolezza riguardo i reali proprietari di queste piattaforme ed il destino incerto dei dati che vi inseriamo ogni giorno.

Hashtag

Prima di cominciare, vorrei proporre che si registri quello che viene detto in questo incontro in una modalità innovativa. Anziché eleggere un malcapitato capro espiatorio che si sobbarchi l’onere di annotare per sommi capi le cose che vengono dette, collaboreremo tutti a fissare i punti che ciascuno riterrà più significativi.

Siamo in uniforme e, lo so, è strano, ma chiedo a chi ne a uno di sfoderare il suo smartphone e riscaldare i polpastrelli: contribuirete a fissare gli atti di questa riunione nell’eternità della Rete “postando” su Twitter o su Facebook le frasi, i pensieri e le cose che vi colpiscono e marcandole con l’hashtag #agescimodena.

6 Click di Separazione

Voglio iniziare questo incontro parlandovi dell’esperimento condotto dallo psicologo Stanley Milgram nel 1967. Egli spedì lettere a 160 sconosciuti scelti a caso in Omaha, Nebraska. Il messaggio contenutovi chiedeva di essere inoltrato ad un altro destinatario di Boston, Massachusetts, o a qualcuno che potesse conoscerlo.

Risultò che, in media, erano bastati 6 passaggi di mano per far giungere ciascun messaggio alla destinazione finale. Nonostante tra il luogo di partenza e quello di arrivo ci siano 2400km.

Questo semplice e suggestivo esperimento ha dato luogo alla “Small World Theory”: tra me e qualsiasi essere umano sulla faccia della terra ci sarebbero solo i famosi “6 gradi di separazione”.

Poi è sopraggiunta l’era di Internet e dei Social Network, e la Small World Theory di Milgram ha in qualche modo trovato conferme massive.

Uno studio della Microsoft affermava, nel 2008, che i gradi di separazione medi tra gli utenti di MSN poteva essere stimato in 6.6. Ma il campione di persone considerato è leggermente superiore: hanno monitorato 240 milioni di persone nel corso di 30 miliardi di conversazioni.

Nel 1967 non sarebbe stato possibile un esperimento così vasto: il mezzo di comunicazione, la lettera, era troppo lento e costoso. Non sappiamo quindi se i gradi di separazione siano diminuiti o aumentati per effetto della rete, ma di sicuro si sono “accorciati” e “assottigliati”. Sono gratuiti, avvengono istantaneamente, e richiedono un coinvolgimento emotivo e razionale quasi nullo.

 

Sono dei CLICK.

Ora pensate a voi come capi, e pensate ai vostri ragazzi.

Ci sono 6 effimeri click tra ciascuno di loro e…

  • Papa Francesco, che si è addirittura iscritto a Twitter, così come uno qualsiasi sulla lista dei terroristi più pericolosi secondo l’FBI.
  • Gino Strada, fondatore di Emergency, così come i chirurghi che espiantano illegalmente il 42% degli organi re-impiantati in Europa (secondo uno studio del 2006).
  • Mario Molina, il premio Nobel per la chimica che ha scoperto le cause del buco nell’ozono, così come i tanti piccoli chimici da strapazzo che sintetizzano droghe per il commercio illegale.
  • Don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera contro le mafie, così come un qualsiasi boss mafioso.
  • A vostra scelta, nel bene e nel male!

Se è facile entrare in contatto con persone tanto “buone” quanto “cattive”, è ancora più semplice accedere ad idee di qualsiasi genere. L’ipertesto di cui internet è fatta, dal classico link all’hashtag, ci porta a navigare senza quasi rendercene conto da un messaggio all’altro, da un modello di vita all’altro, tutto lì, consolantemente limitato entro uno schermo, eppure quanto mai affascinante per il solo fatto di affermarsi di fronte a tutto il mondo, pubblicamente, “su internet”.

 

Lo Small World è per il capo un grande rischio, ma anche una straordinaria opportunità. L’opportunità consiste nel mettere in contatto, nell’accorciare i gradi di separazione col bene, proponendo una testimonianza sincera di sé.

I rischi, d’altra parte, sono notevoli.

Ad esempio, che tale testimonianza possa non essere sincera, che il capo sia costretto a nascondere, a sviare alcuni fatti magari non necessariamente sbagliati, ma che sarebbe difficile per il ragazzo comprendere.

Il più delle volte il rischio è più dalla parte dell’osservatore, del ragazzo, che ricerca in noi un modello e trova sul nostro profilo cose ambigue, che può non comprendere o travisare completamente. Perché la vita di un adulto, e la sua rete di conoscenze, e le interazioni che egli ha con le sue cerchie, possono essere molto complesse e difficili da decifrare per un adolescente. La conoscenza virtuale può quindi rispondere in modo superficiale a domande profonde, che rimangono così inespresse.

 

Forte può essere, per il capo, la tentazione di scambiare la testimonianza con la pura vanità, esplicitata tramite interventismo spasmodico e la continua affermazione di sé stessi, della propria vita e delle proprie scelte al limite della propaganda o dello ​spam.

 

Visti in positivo, i social network offrono la possibilità di un intervento attivo da parte del capo. Tramite tutto ciò che i nostri ragazzi vorranno condividere con noi, possono suonarci dei campanelli di allarme utili per capire chi abbiamo davanti. Ma la rete non può che fornire solo questo: vaghi indizi, da verificare poi di persona e con discrezione.

D’altra parte, non mi è quasi mai capitato di sentire il bisogno di andare a parlare con i professori, gli allenatori, i catechisti dei miei ragazzi per farmi un quadro più completo. Al limite qualche sporadica interazione con i genitori, e solo per cose molto importanti. Quindi perchè dovrei interessarmi a praticamente tutto quello che fa o che dice sui social network…?

Spesso il gruppo scout è un gruppo “altro”, dove ci sono persone diverse rispetto alla scuola, alla famiglia, allo sport e dove si fanno attività molto diverse. Credo sia positivo che nello scoutismo essi possano sperimentarsi anche in comportamenti e sfumature caratteriali diverse, senza essere richiamati alla coerenza malsana del “Profilo” dove tutto è registrato e dove non si può mai cambiare idea – nel bene e nel male.

Inferno, Purgatorio, Paradiso e… Social Network

Dopo inferno, purgatorio e paradiso, aldilà eterni apparecchiati da Dio, c’è un aldiquà ugualmente eterno che accetta tutti da subito, e sono i social network.

Ciò che accade su di essi è eterno, finché qualcuno avrà interesse a conservarlo. Possiamo chiederne la cancellazione, ma possiamo star sicuri che da qualche parte rimarrà sia ciò che abbiamo chiesto venisse rimosso, sia l’atto stesso della nostra richiesta di rimozione. E quell’informazione sarà accessibile per l’azienda privata che controlla il network finché lo vorrà, o a chiunque altro la acquisti in futuro.

Compravendite che avvengono, eccome! Non avete mai dato il cellulare a facebook? Se avete WhatsApp, problema risolto! Facebook l’ha acquistata qualche giorno fa, quindi ha finalmente ottenuto anche il vostro numero di cellulare. Le cose cambiano, ed è difficile capire come, quando si ha a disposizione l’eternità.

Ma cosa se ne farà mai, quella gente là, di sapere cosa combino io? Non ho niente da nascondere!

Vediamo.

Perde il lavoro per un tweet

E’ salita sull’aereo da top manager per la InterActiveCorp (IAC) dove si occupava di pubbliche relazioni, e quando è scesa era disoccupata. Licenziata in tronco. Colpa di un tweet scritto velocemente prima di partire per il Sudafrica. “Going to Africa. Hope I don’t get AIDS. Just kidding. I’m white!”, è stato l’ultimo cinguettio di Justine Sacco. (Repubblica)

Ovunque la reputazione giochi un ruolo, la nostra presenza in rete rappresenta un rischio ed una opportunità.

Il nostro prossimo datore di lavoro utilizzerà quasi certamente i social network per capire che tipo di persone siamo. E probabilmente trarrà conclusioni superficiali e grossolane. Potrà discriminarci per qualsiasi motivo, prima ancora di chiamarci per un colloquio (idea politica, religione, inclinazioni sessuali, una foto da ubriachi, etc…).

Se dovremo stipulare una polizza assicurativa, non è da escludersi che l’agente utilizzi i social per capire meglio che rischi presentiamo.

Gli intermediatori finanziari potrebbero negarci un prestito, o chiedere interessi più alti, reputandoci poco affidabili.

Furti di identità

L’idea che un malintenzionato possa sorvegliare il nostro operato in rete per danneggiarci non ci passa neanche per l’anticamera del cervello. Eppure il rischio è concretissimo e perfino ovvio: se postiamo una foto con tutta la famiglia sotto l’ombrellone, è evidente che in casa non c’è nessuno. Alcuni network, come FourSquares o GoogleBuzz, segnalano addirittura la nostra posizione in tempo reale ai contatti o, ancor peggio, pubblicamente.

Prevedere la gravidanza

Un buon padre di famiglia fa irruzione in un negozio di una grande catena di supermercati americani, Target, chiedendo a gran voce di parlare col “capo”. Ricevuta udienza, gli sbatte in faccia dei coupon per l’acquisto di prodotti per la gravidanza. “Mia figlia va ancora alle superiori”, sbraita, “cosa vi salta in testa? Volete incoraggiarla a rimanere incinta???”. Il gestore si scusa dell’errore e la storia finirebbe lì. Se non fosse che il buon padre, tornato a casa per rassicurare la figlia di avergliene cantate quattro a quei brutti ceffi, scopre che ha qualcosa di importante da dirgli. In realtà, è proprio incinta, ma non lo aveva ancora detto a nessuno.

La catena aveva assunto, pochi anni prima, un matematico statistico, Andrew Pole. Il brillante matematico aveva escogitato una formula per assegnare, in base agli acquisti, una probabilità di gravidanza molto prima che le donne iniziassero ad acquistare effettivamente oggetti palesemente legati alla gravidanza stessa. (New York Times)

 

Personalmente trovo inquietante la prospettiva che tutto ciò che faccio, scrivo o penso in atti tanto inconsapevoli e semi-automatici (navigare un sito, scrivere un messaggio, richiedere una amicizia) possa essere dato in pasto ad un immenso schiacciasassi statistico che mi confronta con altri 6 miliardi di esseri umani e dice al mio datore di lavoro, alla mia banca, alla mia assicurazione come è probabile che io mi comporti in futuro.

E trovo ancora più inquietante che un giorno questa procedura venga applicata alle azioni di un adolescente di oggi, del tutto inconsapevole della traccia perfettamente indelebile che le proprie orme lasciano per sempre su internet.

 

Convergenza digitale ed essenzialità

La convergenza dei dispositivi di gestione delle informazioni personali ha fatto sì che ormai un cellulare accentri tutte le funzioni di un computer, una macchina fotografica, un registratore vocale e video, un riproduttore multimediale e molto di più.

Da quando esistono i cellulari, lo scoutismo è stato in lotta senza quartire durante campi ed uscite. Una questione di stile, per ritrovare il qui ed ora ed il senso di comunità, senza isolarsi con la scusa di pensieri ed amici che sono altrove, a casa.

Che fare oggi che un unico oggetto fa tutto ed ormai le macchine fotografiche stanno sparendo, specie tra i più giovani?

 

Facebook è gratis come la sorgente d’acqua lungo il sentiero

Ci sono domande? Avete capito tutto? Anche ciò che NON ho detto, ma ho comunicato in modo assai evidente all’inizio, e poi per tutto il tempo tenendo questo coso in mano?

Ho detto che i social network sono una cosa buona. Che è bene per uno scout utilizzarli per cose scout. Questo messaggio era insito nella mia richiesta di usare Twitter per creare gli atti di questo incontro.

Lo psicologo McLuhan scrisse nel 1964, in “Understanding Media: The Extensions of Man”, che nella comunicazione – qualsiasi comunicazione – “il medium è il messaggio”. Ovvero che lo strumento che decidiamo di utilizzare per comunicare un messaggio entra a far parte del messaggio stesso, fin quasi a prenderne il sopravvento sul contenuto.

Se scelgo di utilizzare Facebook per comunicare alla Squadriglia Aquile cosa dovranno preparare per la riunione di reparto, affermo implicitamente che:

  1. Facebook è cosa buona (lo usano i capi per le attività!),
  2. Facebook è essenziale nel senso scout del termine, poiché è gratuito. E cosa c’è di più scout di una cosa gratuita? Come l’acqua di una fontana trovata in missione o il panorama goduto in vetta…
  3. Che finché una cosa è gratuita, la si può utilizzare senza porsi domande sul perché realmente sia gratis, pur di raggiungere uno scopo (comunicare)

Ma Facebook è una azienda privata (quotata in borsa) che realizza profitti proprio grazie all’identità che noi gli vendiamo ogni volta che lo utilizziamo. Come spero di avervi mostrato oggi, questa identità ha un valore molto più alto di quanto la maggior parte dei Capi creda.

Accanto all’identità, che è il nostro numero di carta di credito, diamo ai social network anche tanto denaro contante, ogni giorno, quando cediamo all’inevitabilità del loro utilizzo per raggiungere lo scopo della comunicazione – e creiamo e diffondiamo consenso.

 

Consumo critico nella comunicazione

Si può sostenere che i social network sono solo una moda, che li usiamo perché oggi si fa così, ma tanto passeranno, ma finché i nostri ragazzi si raggiungono solo lì, è lì che dobbiamo stare, e ciò non ha alcuna conseguenza.

Ma io sono convinto che una conseguenza ci sia, eccome.

 

Ci stanno facendo credere che quella che è una rete aperta, libera, dove chiunque può avviare un servizio, pubblicare un sito e inviare messaggi in totale autonomia (come è per il nostro sito di zona) sia invece un ameno giardinetto privato circondato da muri spinati.

Devi essere “su Facebook” per parlare con me, o “su Twitter”, o “su WhatsApp”. Devi essere anche tu suddito del mio feudatario, se vuoi comunicare con me. Nel frattempo, tendiamo a dimenticarci che non abbiamo bisogno di feudatari: basta la connessione per avere un sito, proporre aggiornamenti e condividere il proprio stato, inviare messaggi, etc. I social network sono una versione edulcorata, semplificata e mercificata all’estremo di quello che internet fa già più o meno da sempre.

Con la differenza che il dato inserito sul social network non è più sotto il nostro controllo, è fruibile solo da chi è sottomesso allo stesso padrone, e diventa estremamente strutturato, correlato con altri dati, tracciabile, e sfruttabile a fini di marketing. Mentre la selvaggia internet che ciascuno è libero di reinterpretare a modo suo è un incubo per i matematici e gli statistici.

In questi anni siamo tutti diventati molto più consapevoli della responsabilità che come consumatori abbiamo verso aree remote del pianeta o futuri lontani dell’umanità, grazie al concetto di “consumo critico”.

Credo che questo concetto vada esteso anche alla comunicazione.

E credo che nell’era dei social network, lo scoutismo abbia molto, moltissimo da dare.

L’Uomo dei Boschi e l’Uomo dei Byte

Concludo con una domanda.

Nel mondo delle città e delle fabbriche, Baden Powell propose ai ragazzi scapestrati il mito dell’uomo dei boschi, che sa cavarsela in ogni situazione con pochi e semplici strumenti.

Nel mondo dei 6 click di separazione e degli amici virtuali, cosa potrebbe escogitare?

Nella pagina dedicata all’hosting amatoriale da me realizzato nel 2005 per il sito di zona, scrissi forse una mezza risposta:

Il significato che ha per me il buon funzionamento di questi servizi è: internet è davvero un mezzo di comunicazione che come nessun altro offre a tutti la possibilità di parteciparvi. Anche a chi non si appoggia alle solite multinazionali ma vuole partire dalle basi e costruire da zero, con i suoi mezzi e con le conoscenze liberamente reperibili in internet stessa.

Credo che possa esistere una via per utilizzare la tecnologia in modo scout. Conoscendo a fondo ciò che si utilizza, evitando le strade in discesa e comunque, studiandole accuratamente sulla mappa prima di intraprenderle.

A questa generazione di capi spetterà il compito di trovare quella via.

 

 

 

Condividere il computer di casa con i ricercatori. Storie silenziose di scienza partecipativa.

Molti di noi possiedono a casa, nello zaino o in tasca dei portentosi strumenti di ricerca, preziosissimi per il progresso scientifico. Sono i computer: fissi, portatili o mobili, come i cellulari di ultima generazione. Da una decina di anni a questa parte esiste uno speciale programma, gratuito e di facile installazione, che consente di collegare tra loro i computer di milioni di volontari e creare un gigantesco super-computer al servizio dei ricercatori.

Grazie al software BOINC1, sviluppato all’università di Berkeley, ciascuno di noi può condividere la potenza di calcolo dei propri dispositivi con la comunità scientifica internazionale. Non occorrono conoscenze specifiche, né computer particolarmente veloci: ogni secondo di calcolo è fondamentale, alla luce del continuo incremento di problemi che possono essere affrontati e risolti per via computazionale.

I primi temi di ricerca esplorati tramite il calcolo distribuito furono affascinanti questioni matematiche, fisiche ed astrofisiche – tutt’ora aree estremamente vivaci. Con l’evolversi degli strumenti teorici a disposizione di fisici, chimici, biologi e climatologi, oggi il raggio d’azione di questo tipo di ricerca si è esteso a pressanti problemi sanitari ed ambientali. Basta scaricare l’applicazione BOINC per prendere parte alle grandi sfide dell’umanità: l’identificazione di nuovi farmaci, lo sviluppo di materiali per le energie rinnovabili e lo studio dei fenomeni climatici.

Facendo seguito all’interessante articolo di Francesco Sylos Labini – “Ricerca italiana tra le più citate. Ma fanno notizia soltanto le classifiche negative.”2, vorrei citare ora un’altra classifica di cui dovremmo andare orgogliosi. È quella del numero di volontari Italiani che partecipano alla rete BOINC, dimostrando una sensibilità verso la ricerca ben superiore rispetto alla politica o all’informazione generalista.

Contribuiamo in più di 62 mila, meritandoci l’ultimo posto tra i G8 paesi più generosi verso la scienza, vicini a Giappone (61 mila), Cina e Spagna (68 mila)3. Inoltre l’Italia vanta una comunità di appassionati di calcolo distribuito molto vivace, BOINC.Italy4, che si propone di catalizzare l’attenzione su questa nuova e potente forma di solidarietà matematica.

Il primo progetto italiano dall’idea di un laureando in chimica

Se come volontari figuriamo piuttosto bene, l’ambiente scientifico italiano ha compiuto finora solamente un unico, importante passo per raccogliere i frutti di questa generosità.

Il primo progetto Made in Italy è stato SimOne@Home5, nato presso il Molecular Modeling Group dei Prof. M. Sironi e S. Pieraccini dell’Università di Milano, su impulso di un laureando in chimica: Simone Conti. Svoltosi nel 2012 con la partecipazione di migliaia di volontari, ha portato ad una pubblicazione internazionale a Luglio 2013, su Chemical Physics Letters6. Oggetto della ricerca è una classe di molecole, chiamate osmoprotettori, capace di impedire la denaturazione delle proteine in condizioni estreme. Utili applicazioni potrebbero trovarsi in agraria, per lo sviluppo di piante resistenti alla siccità, o in cosmetica e farmacologia oculare per contrastare fenomeni di disidratazione.

Il progetto è per il momento concluso ma, sul forum di BOINC.Italy, Simone ha lasciato intendere che il successo dell’iniziativa e la risposta immediata da parte dei volontari ha destato l’attenzione dei colleghi, e potrebbe presto portare ad ulteriori sviluppi (fondi permettendo).

La Prof. che guida la lotta contro la distrofia muscolare, da Parigi

Seguendo le tracce dei nostri connazionali emigrati all’estero, troviamo un caso di eccellenza applicata alla ricerca per la cura di una malattia temibile: la distrofia muscolare. A capo del progetto troviamo Alessandra Carbone7, professoressa all’Università Pierre et Marie Curie di Parigi, e direttrice del Laboratorio di Biologia Computazionale e Quantitativa dell’UPMC-CNRS.

Alessandra è originaria di Milano, ed è sempre stata affascinata dalla matematica. Dopo essersi laureata e specializzata alla Scuola di Logica di Siena, ha cominciato a viaggiare per seguire la sua passione. Ha ottenuto il dottorato di ricerca in matematica alla City University di New York, e si è poi stabilita a Parigi, dove tutt’ora lavora. Il suo consiglio per i giovani ricercatori, e soprattutto le giovani che vogliano avvicinarsi alla matematica, lo affida a queste parole: “Inseguite ciò che è capace di sorprendervi di più: nella ricerca, l’importante è trovare un soggetto che troviate eccitante. Un campo che sia fertile di cose inaspettate e nuove.8

Alessandra ha guidato gli sforzi per studiare le complesse interazioni che avvengono tra oltre due mila proteine umane, di cui 250 note per essere coinvolte nelle malattie neuromuscolari9. Per far fronte allo spaventoso impegno di calcolo richiesto da questa sfida, nel 2006 ha attivato il progetto “Aiuta a Curare la Distrofia Muscolare” presso il “World Community Grid”10, una comunità di volontari BOINC sponsorizzata e gestita da IBM. Il progetto si è concluso nel 2013, portando ad una prima pubblicazione a Dicembre, su PLOS Computational Biology11. L’idea di chiedere aiuto ai volontari del calcolo distribuito gli ha consentito di completare, nell’arco di sette anni, una ricerca che avrebbe richiesto più di centomila anni se eseguita su un computer medio.

Dalla Toscana alla California per combattere l’AIDS

La comunità del World Community Grid è specificamente volta a raccogliere sfide che possano avere un impatto positivo sull’umanità. Sfogliando le numerose iniziative, troviamo il contributo di un altro ricercatore italiano, Stefano Forli12. Laureato in Scienze Farmaceutiche presso l’Università di Siena, ottiene il dottorato di ricerca in collaborazione con l’azienda Siena Biotech, quindi si trasferisce allo The Scripps Research Institute (TSRI), La Jolla, California, come ricercatore associato e poi staff scientist.

Qui partecipa all’ambizioso progetto FightAIDS@Home13, avviato nel 2005 dal prof. Arthur Olson. I ricercatori si propongono di passare in rassegna migliaia di strutture proteiche alla ricerca di un candidato che possa agire da inibitore di proteasi per l’HIV.

Lo scopo della ricerca di Stefano è quello di sfruttare le informazioni strutturali delle proteine per identificare molecole nuove e potenzialmente attive, evitando l’insorgenza di resistenze ai farmaci. La valutazione viene svolta eseguendo calcoli di meccanica molecolare estremamente dispendiosi, dove si studia l’avvicinamento e l’interazione tra ogni potenziale farmaco con le proteine coinvolte nella malattia (in gergo, “docking”).

Puoi aiutare anche tu: basta condividere!

Concludo invitando chiunque possegga un computer (fisso, portatile, mobile) a prendere parte al comune sforzo di comprendere la natura e trovare così soluzioni che contribuiscano ad alleviare le sofferenze dell’umanità. Il programma BOINC è molto discreto, ed utilizzerà le risorse del computer esclusivamente quando non le stai già usando tu.

Attualmente la rete BOINC sia avvicina al 6° posto nella classifica dei sistemi di calcolo più potenti del mondo14. Con la differenza che solo pochi progetti sono ammessi nei super calcolatori, mentre il calcolo distribuito di BOINC è molto più democratico: ogni singolo volontario può decidere a quali ricerche contribuire.

Vi suggerisco inoltre di coinvolgere il vostro luogo di lavoro, la vostra associazione o la vostra scuola nello sforzo: il World Community Grid sarà felice di elencarvi tra i partner15.

Anche perché su 463, solo 10 sono Italiani, e voglio nominarli tutti:

  • Provincia Regionale di Agrigento
  • Kinetic Solutions Srl
  • Eni s.p.a.
  • XtremeHardware.it
  • Dipartimento di Informatica e Telecomunicazioni dell’Università degli Studi di Trento
  • Sodalitas
  • Sistemi Informativi
  • MolecularLab.it
  • Fondazione ASPHI
  • Associazione Industriali della Provincia di Vicenza

Articolo originariamente pubblicato su Giannella Channel, il blog di Salvatore Giannella.

1 Homepage del progetto BOINC: https://boinc.berkeley.edu/
3 Tratto da BOINCStats, statistiche globali: http://boincstats.com/en/stats/-1/project/detail/country. Classifica dei primi 10 paesi: USA 687580; Germania 242397; Inghilterra 147600; Francia 91139; Canada 85636; Cina 68827; Spagna 68657; Italia 62108; Giappone 61784; Austria 49632
4 La comunità italiana di BOINC.Italy: http://www.boincitaly.org
5 Progetto Simulation One dell’Università di Milano: http://mmgboinc.unimi.it
6 “Modelling the effect of osmolytes on peptide mechanical unfolding ” http://dx.doi.org/10.1016/j.cplett.2013.06.008
7 Pagina personale della prof. Alessandra Carbone: http://www.ihes.fr/~carbone/index.html
8 Pubblicazione sponsorizzata dal CNRS per avvicinare le giovani studenti alla matematica: http://www.ihes.fr/~carbone/papers/women.pdf, pag 12
11 “Protein-Protein Interactions in a Crowded Environment: An Analysis via Cross-Docking Simulations and Evolutionary Information” http://www.ploscompbiol.org/article/info:doi/10.1371/journal.pcbi.1003369
14 Dalla homepage di BOINC si legge che il sistema si aggira intorno agli 8 petaFLOPS. Secondo questa classifica dei 500 computer più potenti, si collocherebbe quindi al 6° posto: http://www.top500.org/list/2013/11/

Il viaggio che iniziò volando

Tra le cose importanti questa mattina
ho dimenticato di dartene una

Ora è tardi purtroppo e ciascuno
È per strada e saluta nessuno

L’avevo scordata, ma ora ricordo!

All’inizio del viaggio
sapevamo volare

Senza ali, senza ruote,
senza motore, né paracadute

Tra le cose importanti questa mattina
quell’abbraccio ci diamo e di nuovo voliamo!

Diacono

Con devota rapidità
disponi ogni cosa
secondo un disegno
immutabile.

Umile colf del Signore
con Lui divenuto senile
i capelli radi e bianchi
la pelle rugosa e sottile
due fessure gli occhi.

Ma sereno è lo sguardo.
Paziente coreografo
di eterna narrazione
Tenace comparsa
dal costante copione

Intuisco nei piccoli gesti:
Attraverso sangue e fiamme
Il popolo accompagneresti
perfino in valle di lacrime
dove a cantare solo resti

La sirena geme lontano
con devota rapidità
si rincorrono i mitra
disponi ogni cosa
i boati delle bombe
secondo un disegno
mani giunte e l’inno
immutabile.

Da sviluppo sostenibile a condivisione sostenibile

Nel quadro di una crisi globale che sta esacerbando i conflitti, le violenze e le intolleranze reciproche, l’orizzonte verso cui dobbiamo camminare è quello della “condivisione sostenibile” – sustainable sharing.

La Palma e l'Abete, Pio Manzù 2013

Il tema delle Giornate Internazionali di Studi del Centro Pio Manzù, svoltosi a Rimini tra il 26 e 27 Ottobre, è stato il dialogo tra Europa e mondo arabo. “La Palma e l’Abete”: un titolo sinteticamente pregnante per un argomento che solo la forza dei simboli può introdurre e guidare. Due nomi distanti per due culture lontane, ma solo in apparenza. Così come in natura le due specie protendono pacificamente i loro rami sullo stesso mare, anche i mondi che richiamano sono profondamente intrecciati nella rigogliosa e millenaria foresta di scambi culturali e commerciali tra le sponde del mediterraneo.Come accadde dopo le precedenti 3 edizioni delle Giornate cui ho avuto la fortuna di partecipare, mi ritrovo con un plico di appunti disordinati ed il desiderio di fissare qualcuno dei mille spunti ricevuti. Eccomi qua.

Sustainable sharing

L’idea che più mi ha folgorato me l’ha regalata Nassir Al Nasser, 66° presidente delle Nazioni Unite ed ora alto rappresentante dell’Alleanza delle Civilizzazioni (UNAOC), aprendo gli studi.

Nel quadro di una crisi globale che sta esacerbando i conflitti, le violenze e le intolleranze reciproche, l’orizzonte verso cui dobbiamo camminare è quello della “condivisione sostenibile” – sustainable sharing.

Il concetto di sostenibilità della condivisione delle risorse ha innescato un cortocircuito con quello, a me molto più familiare, di sviluppo sostenibile. Un tema fondamentale, sul quale occorre investire molto di più. Mi sono reso conto che sviluppo è solo un sottoinsieme di condivisione: è senza quest’ultima che la vita umana è destinata a divenire rapidamente impossibile sul nostro pianeta.

Oggi è ormai assodato che le risorse sono limitate, soprattutto per quanto concerne la quantità di inquinanti che l’ecosistema terrestre può tollerare. Anche i più ottimisti  ammettono che una soluzione tecnologica ai problemi dell’umanità, in grado di moltiplicare le risorse ed annullare gli scarti, potrebbe non esistere, o comunque, ai ritmi attuali, non essere trovata in tempi utili.
L’attenzione dei “decision makers”, governi, imprenditori e tutti noi, deve dunque spostarsi dal tema della sostenibilità della crescita al presupposto della sostenibilità della condivisione delle risorse necessarie all’agognato sviluppo. Sediamoci attorno ad un tavolo e parliamo di come applicare tutti insieme delle strategie condivise a salvaguardia della vita.

La sfida più grande dell’umanità non è quella di risolvere il proprio problema energetico ed ambientale. Problema molto più grave è condividere una qualsiasi soluzione tra tutti i popoli della terra, e farlo in tempi brevissimi.
L’uomo non ha mai tentato una impresa simile: è molto più complesso di tutte le incredibili innovazioni tecnologiche degli ultimi 200 anni messe insieme.
La tecnologia ha proceduto fulmineamente in virtù dei benefici immediati che dava man mano a chi ne determinava il progresso. Ma la motivazione che alimenterebbe la rivoluzione politica della condivisione non è quella di un beneficio o di un progresso immediato: è la prospettiva del collasso dell’ecosistema.

Ci siamo già riusciti in passato. Ne parla il premio Nobel per la chimica Mario Molina.

Durante la sessione pomeridiana di Sabato, presieduta da Salvatore Giannella, ha parlato un protagonista della presa di coscienza del ruolo centrale che ormai l’uomo ha nel determinare le sorti del suo stesso ecosistema. Mario Josè Molina dimostrò, assieme al suo gruppo di ricerca, la reazione catalitica che stava erodendo rapidamente lo strato di ozono nell’alta atmosfera. L’ozono stratosferico protegge le forme di vita dalle radiazioni eccessivamente energetiche, e la sua riduzione correla inequivocabilmente, ad esempio, con l’aumento di tumori alla pelle.

Il principale addendo dell’equazione scoperta da Molina e pubblicata nel 1974 siamo proprio noi: l’uomo. O meglio, una sostanza creata artificialmente dall’uomo: i cloro-fluoro-carburi (CFC), all’epoca largamente impiegati e poi lentamente banditi in tutti i paesi del mondo, grazie al Protocollo di Montreal del 16 Settembre 1987.

Quella dei CFC può considerarsi una storia a lieto fine. Mario Molina è stato insignito del Nobel nel 1995. Ma soprattutto, l’accordo di Montreal è stato ratificato da tutti gli stati partecipanti alle Nazioni Unite più una manciata, per un totale di 197, e le evidenze scientifiche ne provano l’efficacia: l’assottigliamento dello strato di ozono è rallentato.

Le buone notizie come sempre non attirano l’attenzione, ma gli esiti del Protocollo di Montreal (e, a ritroso, della ricerca di Molina) ci insegnano che forse c’è speranza per questa umanità. Nel corso della storia quando le risorse scarseggiano scoppiano guerre per accaparrarsele. In campo ambientale non c’è neppure bisogno di imbracciare i fucili: una pacifica ciminiera, uno scarico sommerso, una nave che affonda in un mare lontano. Tanto basta per distruggere il futuro di tutti.
Eppure con i CFC ci siamo riusciti: ci siamo messi d’accordo, tutti insieme, e abbiamo applicato l’unica soluzione disponibile al momento: smettere di inquinare.

Serve un nuovo protocollo per il riscaldamento globale.  Ma le cause sono radicate in tutti i settori dello sviluppo umano e si alimentano delle diseguaglianze.

Molina, che oggi ha un centro di ricerche sull’energia e lo sviluppo, ha delineato un pericolo molto più difficile da sventare rispetto ai CFC: il riscaldamento globale. A differenza del buco nell’ozono, l’improvviso aumento di temperatura è provocato dai gas serra, tra cui annoveriamo una quantità sconfinata di molecole indispensabili. La più nota è l’anidride carbonica, sottoprodotto della maggior parte delle produzioni di energia. Ironia della sorte, anche la soluzione messa in campo contro il buco nell’ozono si è poi scoperto essere un potentissimo gas serra (gli HFC, idro-fluoro-carburi).

Non basterà aumentare leggermente i costi delle lavorazioni che producono gas serra, come fu per i CFC. Le cause del riscaldamento globale affondano dritte nelle ragioni del nostro sviluppo.
Sviluppo che solo un quinto della popolazione mondiale ha raggiunto, rendendo ora molto difficile andare a spiegare al miliardo di persone sotto la soglia di povertà che dovrebbero evitare di bruciare carbone o tagliare alberi.

Da dove partire? Come convincere onesti lavoratori, cavalieri del lavoro e governi di paesi del terzo mondo a produrre in modo più costoso, per salvaguardare tutti? E accetteremo noi di pagare anche il conto ambientale di ciò che consumiamo, quando preferiamo sotterrare i rifiuti sotto le nostre stesse case?

Per raccogliere nuovamente i rappresentanti di 197 stati attorno ad un tavolo a firmare il Protocollo di Kyoto 2.0, dovrà prima attuarsi una innovazione antropologica, un adattamento evolutivo della nostra specie ad un livello di consapevolezza e di società che va oltre quanto è mai successo in milioni di anni di lenti adeguamenti progressivi.

Il sito delle giornate del Pio Manzù: http://www.piomanzu.org/it/le-giornate/

Consiglio i lettori di tenere d’occhio le iniziative del Centro Pio Manzù: ogni anno, verso settembre, controllate il tema delle Giornate di Studi e consultate l’elenco di invitati. Sono rimasto sempre piacevolmente stupito, soprattutto dal clima quasi intimo che si respira nonostante il calibro degli ospiti invitati (e l’accesso è completamente gratuito).

Articolo scritto per Giannella Channel, il blog di Salvatore Giannella.

Googles-web-vulnerability-reward-program

Risolvi il problema di un concorrente? Google ti paga. E bene: più di 3000$!

C’è forse un settore dell’attività umana dove il legame tra vantaggio collettivo e individuale sta per essere dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio. Con bei dollari sonanti!

 

Risolvi il problema di un mio concorrente? Ecco la tua ricompensa. Più di 3000$!

Il concetto vago che la solidarietà e la condivisione aiuta tutti a stare meglio è in qualche modo radicato in ciascuno di noi. Saranno le radici cristiane della nostra cultura, o forse sono quelle umane.

Nel passare da concetto fumoso ad azione concreta, però, quelle radici culturali solitamente si inaridiscono o cercano altre strade. Soprattutto se agire implica impegnarsi, faticare o, ancor peggio, spendere.

Ma c’è forse un settore dell’attività umana dove il legame tra vantaggio collettivo e individuale sta per essere dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio.

E come? Con un nuovo panegirico filosofico? Con ardenti motivazioni etiche? Macché, tutti strumenti che generano più dubbi di quelli che risolvono: è da almeno 2000 anni che ci si prova senza costrutto.

Bei dollari sonanti! Fino a 3.133,7$, per la precisione. È quanto è disposta a pagare la nota multinazionale americana dell’informatica Google, se aiuterai un loro potenziale concorrente a risolvere un problema che potrebbe riguardare anche Google stessa. Una commissione di saggi valuterà il tuo contributo, ne valuterà l’importanza e deciderà se ricompensarti. Più il problema è complesso o grave, più dollari ti saranno riversati nelle tasche.

Proviamo a trasportare questa logica nello sport, estremizzandola un poco. È come se la Juve regalasse un goal al Milan perché Balotelli ha tagliato l’erba del campo prima della partita, rendendo un servizio utile ad entrambe le squadre e a quelle che giocheranno dopo.

Assurdo. Ce lo vedete Balotelli con la falciatrice?

In qualsiasi altro settore industriale, l’imprenditore medio avrebbe pensato in modo molto diverso. Utilizzo gratuitamente il componente fondamentale X, che è impiegato anche da tutti i miei concorrenti. Un tizio brufoloso arriva e risolve un grave problema che affliggeva X? Buon per lui, una pacca sulla spalla e via. Perché dovrei pagare proprio io, “capitano coraggioso”, per un lavoro che aiuta tutti? Che paghino gli altri per primi!

Eppure è proprio questo l’impegno che Google si è presa il 9 Ottobre. Se fai un servizio utile a componenti di terzi, verrai ricompensato. Perfino se questo significa aiutare anche tutti i concorrenti (attuali e potenziali) che si basano sulle stesse tecnologie.

Tutto ciò è possibile perché le tecnologie oggetto della campagna di ricompense di Google sono “Open Source”. Ovvero, dischiuse al pubblico in modo del tutto gratuito e liberamente fruibile per qualsiasi scopo, senza alcun vincolo se non quello di mantenerle pubbliche per sempre. Sono in un qualche modo i “beni comuni” del mondo digitale.

Questo meccanismo, denominato Google Vulnerability Rewards, è in funzione dal 2010, ma finora venivano accettati esclusivamente contributi relativi a prodotti di cui Google stessa era autrice.

I beni collettivi cui ora si estende l’iniziativa comprendono ad esempio le tecnologie di connessione cifrata tra i computer. Un argomento catapultato all’ordine del giorno di tutti i governi del mondo, dopo che l’indiscriminata intercettazione globale degli Stati Uniti, denominata PRISM, è stata smascherata a Giugno dal super-ricercato Edward Snowden. Chi contribuirà a rendere più difficile questo genere di intercettazione, lavorando su software open-source come OpenSSH, OpenSSL ed OpenVPN, verrà ricompensato da Google. Nella lista di progetti beneficiari compaiono anche librerie di decodifica di immagini e di compressione dei file, e naturalmente Linux, il sistema operativo alla base di tutti i cellulari Android e della maggior parte dei server internet.

Nella “Hall of Fame”, la pagina in onore dei vincitori, si legge anche il nome di un giovane italiano, il ben 4 volte vincitore Michele Spagnuolo. Nato nel 1989 a Novara, studia Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano. Ha capito subito che, nell’ambito professionale più globalizzato e meritocratico che sia mai esistito, ovvero l’informatica, non è necessario aver finito gli studi per rimboccarsi le maniche e farsi notare dai colossi industriali multinazionali. Risale al 2011 la sua prima ricompensa da parte di Google. Seguiranno riconoscimenti da parte di eBay, Nokia, e ancora Google. In tutto qualcosa come 10000$, guadagnati rendendo un servizio prezioso per la sicurezza di tutti noi, mentre portava avanti gli studi universitari ed imparava sui libri e sul campo.

Ho raggiunto Michele per una intervista, scoprendo che è stato appena assunto da Google: il suo lavoro comincerà tra un paio di mesi, ovviamente non in Italia ma in Svizzera, a Zurigo. “In realtà partecipare al Vulnerability Reward Program è proprio un buon modo per farsi assumere!”

Risultati fulminanti come quelli di Michele sarebbero stati molto difficili in altre discipline tecniche, che comportano l’accesso a strumenti spesso non alla portata delle Università italiane. Per non menzionare la remotissima eventualità di farsi notare da una qualche industria tradizionale, per una buona idea nel cassetto.

In campo informatico è diverso: il lavoro è completamente immateriale. Non ci sono ostacoli tra una buona idea e la sua realizzazione, risorse da accumulare, macchinari da acquistare. Programmare è come lavorare il legno, scolpire la pietra, disegnare nella sabbia, scrivere poesie: bastano il duro lavoro e la pazienza. Perché, come ogni vera attività artigianale, in realtà non opera sulla materia visibile – il legno, la pietra, la sabbia o l’inchiostro. Distilla invece la materia più povera e onnipresente che esista, e la più preziosa: l’intelligenza.

L’annuncio ufficiale di Google

La Hall of Fame, in cui è nominato Michele Spagnuolo

La pagina personale di Michele Spagnuolo

Articolo originariamente pubblicato per Giannella Channel, il blog di Salvatore Giannella.